If XXVI, 114-116

“a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza” (If XXVI, 114-116)

6 maggio 2012

Sic transit gloria blogger

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Pietà

Cercherò nomi
per avere pietà
di me il giorno
intanto aspetto
inganno e notte
per vedere carità
e pioggia di stelle.

LO SPOSALIZIO

Raccontami le storie
dallo sposalizio infranto
alle cose rimaste tra denti
come coraggio di non dire
che ancora si legge vicino
ai mestoli a rigirare
al vapore che sale
a manipoli di cose da fare
travasi di piante o fiori
che vivono più della gente
dove scorrono auto
nei sottopassi a sparire
ritrovare subito la salita
verso il mare o dal mare
lo sapevi che si va sempre
per ritornare e lo so anch’io.

OPPURE

Ti fai attendere
raccogli sgomento
gestante punisci
le dita in virgulti
mentre trabocca
a imene ristretto
una tua voce
che infine la vita
rimane a unire
due vite, oppure.

3 maggio 2012

ISTANTI

Nel tempo i confini
sono presenti
invisibili oltre
e linea mobile
fatta d’istanti
di cose di prima
che vanno a posto
passando alle spalle;

sulla fronte arriva
un segno di rughe
a pesare lo sguardo
come l’orizzonte
che varca lo spirito
se intanto intrepido
braccato dall’aria
s’inarca un respiro.

IMMUTABILE

Immutabile orlo di labbra
che si consuma in sorrisi
a sentirsi cornice
e perimetro che sorge
in crespe abbreviature
e chi tace
trova apparenza
che sa già di lontananza.

OMBRELLI

Ho aperto un ombrello
e nel mondo intero
guardandomi intorno
pioveva solo lì sotto.

1 maggio 2012

Un debito

Prometti un debito
a chi ami,
è l’unico modo
di dare qualcosa
che ancora non esiste
a chi ancora
non ti conosce,
ma non promettere
mai l’amore che hai,
non può essere
quello che avrai,
un debito è domani.

Corrente

Fare di noi onde
Dei nostri corpi
Immersi esposti
In flussi a tempo
Sospesi ai polsi
Indifesi all’altro
Che una volta
È uno sabbia
Nella corrente
E un’altra volo
Che non risale
E non smettere
Di scorrere lenti
Mentre in vagiti
Nascono in noi
Onde di niente

30 aprile 2012

Posso scriverti

Posso scriverti
Senza saperti leggere
Perché la mia mano
Ti sa trovare
Dove non appari
Per te che preferisci
Non dire per non essere
E aspettare che arrivi
Il giorno che saprai
Vedere fuori
Le cose che ora sono
Nei tuoi occhi.

26 aprile 2012

Fede

E intanto
io spero te
e tu sei vera
perché mi escludi.

Elementi

Hai bisogno
che io sia fuoco
come sono
indulgenza e verità
come sei
distanza di terra
dimenticanza d’acqua
e aria
che non ti lasci prendere
togliendomi respiri.

È più notte


È più notte
appena ti penso
e i miei pensieri
sono chiari
di silenzio e di ieri
più accesi
quando spengo
quasi la luce
di ogni cielo
e non sei stella
e tu non vieni
se io arrivo
a germogliare
le mie armi
ai tuoi piedi
deposte indifese
a non capire il buio
che non ti accende.

23 aprile 2012

L’uomo perso (Un canto nella tempesta)

I castelli d’acqua della tempesta
li riconosci dalle rovine
quando ricadono i frangenti
che urlano in frantumi

i cancelli chiusi delle tue dita
li riconosci dalle lacrime
quando evaporano come niente
e neanche cadono sul tuo seno

i vestiti smessi della sera
li ha riposti dove capitano
quando riposano in petali
che ricordano che sei spogliata

i lasciti tesi dei muscoli
li senti vividi e stanchi
quando cedi ai sogni caldi
che scendono bianchi di cera

in catene di sale le brezze
legate dal mare in dune
ti somigliano pallide e nude
e risalgono paurose in correnti

i fondali scuri delle tue vite
si aprono a ferite di cielo
quando alle tempeste
sopravvive una barca di carta

i segni persi delle matite
riemergono impossibili a dire
dov’erano affiorate le schegge
e nessuna certezza di ritrovarti

i legni di una porta e le assi
di una nave che viaggia
attenuano appena l’uomo folle
perché perduto o perché egli ama.

ESITAZIONE

Non tardare ancora
all’estremità delle mie dita
sfioro il vuoto
e plasmo il niente
con le mani a grucce
come fanno i ciechi
dei loro ricordi
che sanno dove fermare
l’esitazione della mano
e io so che sei
solo poco più avanti
da dove potresti essere
e per questo mi riguardi
che le punte delle impronte
sgocciolano inchiostri invisibili.

22 aprile 2012

CIRCOSTANZE

Capire perché non riesco
a consumare con gli occhi
ma gli occhi sì a perdersi
nella ricerca di trovare te.

Sono circostanze di vita
e domande di perché
la voce corteggia l’anima
e il corpo ne è sensibilità.

Negli accenti mi parli
e parlo senza quantità
che è inutile far soffrire
a poco a poco se è sempre.

VOLERTI

Volevo vederti
nel tempo
come salivano
i lampi brevi
di confusione
alla fine dei versi
e le dimensioni
dello spazio
che conosco di te
nel sapore lieve
che ti accompagna
tu a muovere l’aria 
tu a nascere vento
perché nuvola
sei nello sguardo
scura di terra
e lucida di pioggia
mentre in te
crescono raggi
che impediscono
di leggere dove
sei impossibile
e non ti fai toccare.

FRONTIERA

Ora sei tu per me
un mistero
perché non so
se le mie labbra
sui tuoi occhi
potrebbero sentire
battiti dei tuoi ricordi

nei pensieri chiusi
oltre il velo di silenzio
che non fai vedere
nell’ascolto di te
una luce inconsapevole
mi getta parole
e diventi una frontiera

ora sei sul confine
tra i deserti di ieri
che ti disponevano
all’assenza
ora sei tu un lembo
di fremiti dove
trattieni e respingi

tutto ci allontana
tanto più ci avvicina
lo stesso specchio
magnetico che dice
che questa follia
può precedere l’amore
o calpestarlo di tagli

le linee telefoniche
dividono i sensi
le stesse chiamate
chiuse che chiedono
se siamo avanzati
su una strada che porta
allo scontro di labbra

20 aprile 2012

Per finire

Forse si scrive 
per finire le parole,
per trovare il silenzio.

Solo il cuore 
rimane inquieto.

18 aprile 2012

Guerra

In te mi riposo da guerra
che mi fa veleno dentro
denso quando sei lontana
e rinvengo al giorno
dopo averti nel sonno
e non ti trovo al risveglio
ma tu continui ad essere
e sei desiderio irreale
non solo nelle parole
che siamo sovrapposti
quando sorridi e io sorrido.

17 aprile 2012

Le foglie

Le foglie come sorelle
che il vento raccoglie
al ramo delle loro vite
si stanno vicine
legate come farfalle

Le foglie come le figlie
che per stare unite
insieme sono nate
che la mano si tengono
che insieme si scuotono

Le foglie sono nell’aria
parlando tra loro
la stessa lingua
al vento raccontano come
sono sorelle le foglie

16 aprile 2012

E tu

Un’isola il cuore
Un lago il sangue
Un cielo il respiro

E tu, isola, lago, cielo
E tu, cuore, sangue, respiro
E tutto

15 aprile 2012

Avvertimi

Avvertimi quando saremo domani,
che i fiori fermi al sole
avranno visto la città, prima che le campane
svegliassero le chiese,
che i bambini prendessero il latte aprendo i loro sorrisi;
avvertimi domani quando saremo lontani,
perché il nostro tempo non è ancora un giorno
e io sono ancora senza l’abbraccio delle tue radici.

Estranei (con la paura)

Non credermi
se dovessi sentirmi dire
il desiderio
di conoscere il tuo corpo
la stretta
la presa che apre
le braccia in vincoli
le bocche
che non sono vere
perché sono su di te
come un vetro
con la paura
se dovessi parlare
di rompere in grani
molteplici e riflessi
lettere di parole
ognuna un sì e un ancora
con la paura
se dovessi vederti dire
che invece sono dei no
allora non avrei
che abbracci di nulla
e l’abbandono
un quadro ricomposto
di pezzi combacianti
come degli estranei
e per me solo cose
di te che non sei per me.

Non

Non so di altri
diversi rimpianti,
solo quelli soli
dei non amori.

La tua immagine

La tua immagine
quando chiudo gli occhi
non scompare
diventa occhi aperti
dentro di me.

Passi

Sono i miei passi di esodo
seguono il congedo da una casa
sono sopraffatto dall’assenza
dei desideri e le scarpe cerco
che si nascondono sotto i letti
dove al buio sono tutte uguali.

14 aprile 2012

Stilla

Sei la mia
risposta di sangue
una goccia
una sola ti basta

L’ho vista
fuggirti dal viso
in linfa
di luce rossa

Nell’attesa
di te mi resta
una stilla
una sola mi basta

Sabbia

Diserti questa voce
cadono dalle mani
disegni di sabbia
che vento confonde.

12 aprile 2012

Non siamo

Massimo, Io con il gatto sulla testa (2012)


Non siamo
che domande

quello
che vuoi

questo
è importante.

Della vita

Quello che sei
Sono i tuoi occhi
Che sembrano sempre
Avere appena pianto

Quel rossore
Intorno alle dita
Lo stesso dei confini
Che ricordano

Quello sguardo
Che ancora è
Sulla schiena
Di qualcuno

Quelle mani
Che non sono più
Per nessuno
E non si riposano

Angeli Nuovi

P. Klee, Angelus Novus (1920)
 
Massimo D.L. (2012)

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».
W. Benjamin, Angelus novus, Einaudi, Torino 1962, pp. 76-77.


Qualcosa devono sapere i bambini che noi non sappiamo.
Dove s’annida l’anima, forse alla sporgenza delle labbra,
quella che fa sorridere, così che la bocca e una porta sono aperture.
E chissà quante altre pagine somigliano a queste due,
dove una non sa dell’altra, ma è come se la conoscesse,
senza sapere che esista, senza averla mai vista.
Qualcosa devono vedere i bambini che noi non vediamo. (r.)

9 aprile 2012

Caos e conflitti

Caos e conflitti, nei confronti
delle certezze, che sono sfuggite
incolpevoli alle tragiche madri
delle nostre idee migliori;

e quali opere sono superstiti,
infrante al pericolo di cadute?
blasfeme come un legno, curve
nelle tracce delle vene espanse?

in circuiti virali di sangue
nascoste in sudori trasparenti,
fluttuano lingue senza radice
rosse e cariche di percussioni.

Strange

Lo strano destino delle parole, essere somiglianti, eppure così diverse l’una dall’altra, condividere un giudizio e una definizione, eppure avere distanze di significato che appartengono a dimensioni che di necessità le separano, in distinzioni che non possono appartenersi.
Il caso che accomuna la desinenza sonora di reale, ideale e virtuale – proprio nel rispetto di questa sequenza storica e primordiale – è peso e misura del disagio dell’individuo, ma dichiarata rivelazione dell’imbarazzo provato nel non sapere più quale sia il mondo nel quale si è destinati a vivere quello che per convenzione conosciamo come tempo.
Queste tre dimensioni, corni di una figura geometrica rigida e quindi inspiegabile, sono aspetti angolari che puntano per allontanarsi, ma non possono più scindersi se non come espressione di una patologia dell’esistenza, un luogo unico e altro di isolamento temporaneo, inevitabilmente temporaneo, almeno quanto la durata che ad ognuno spetta come vita.
E mentre è tutto questo, l’unica domanda che vale è “che cos’è amore”, se lo troviamo, se lo perdiamo, se davvero è per noi.
Ancora la poesia; se questo è lo strumento che fuoriesce da un processo di forgia, uno strumento di parola, unità che è reale, ideale e virtuale, che non è somma di parti ma cosa trasformata, del tutto nuova.
Questo veicolo trasporta “tutto di noi stessi” verso gli altri, non solo nel presente; (ma) venendo da lontano saremmo perduti se sapessimo anche una sola cosa di quello che potrebbe accaderci domani, soprattutto dell’amore.

E cuore somiglia

E cuore somiglia
a come segue e ferma
e come non conosce
che sangue è colore
e che ne sono la corsa
le prospettive di vene.

Mi visiti

Mi visiti come narrazione
che a me non parla più
quando ho visto l’aria
che si muoveva con te
ho sentito dov’era rimasto
di te l’ascolto d’un sorriso.

Interpreti

Che le ombre anche nostre
si sono sovrapposte
senza che potessimo dire
che eravamo d’accordo col sole
e non ce ne siamo accorti
quando i nostri passi
salivano sulla terra sulle pietre
e non abbiamo scostato
il mare dagli occhi
che anche quello era troppo
avere davanti per scorgere
distante cosa accadeva
e di cosa eravamo interpreti.

Lascia la mia mano

Lascia la mia mano
sul tuo viso
che senta i lineamenti
il disegno dei doppi
sensi degli occhi
il tuo respiro che riscalda
il palmo e il punto
nella linea della mia vita
che si è fermata
dove ti ho incontrato.

Il viaggio

Ti accorgerai
del sottile fumo
d’asfalto dietro
e sotto i piedi

Ti ricorderai
della strada
e le gambe ieri
meno stanche

Che le persone
sono il viaggio
e che i luoghi
non partono mai

3 aprile 2012

Primi

Dire basta e fermarsi,
per primi,
prima che altri dicano
basta; essere primi,
fermandosi prima.

30 marzo 2012

Una, le altre

Le poesie d’amore si scrivono sempre per una sola persona.
Le altre poesie si scrivono per tutte le altre persone, meno una.

28 marzo 2012

Di cosa abbiamo bisogno

Di cosa abbiamo bisogno
del sangue il suo calore
di quanto dobbiamo dire
di quello vogliamo tacere

ne abbiamo date di parole
sono state anche troppe
senza mai essere tante
e molte hanno fatto male

le abbiamo portate con noi
tutte le altre cose non dette
ora sono dove non c’è più
nessuno le voglia ascoltare

e abbiamo parlato di tutto
senza che fosse importante
avere il coraggio di dire
nessuno ha mai avuto tanto.

J. Donne - Holy Sonnet 6


26 marzo 2012

Brevi raggi

Anche quando avere
è nascondere dentro di sé
il buio delle anime sole

le ferite che si aprono
non sono mai vie di luce
ma brevi raggi di dolore

l’anima soffre e sente
tutto quello che vede
brucia poi una breccia

allora non si desidera
bere che più mangiare
fuoco e febbre consuma

ma una guerriglia sfugge
e la disperazione scorre
bersagliando lacrime.

Le cose, insieme

Le cose che riceviamo durante il corso della nostra vita a volte sembrano troppo pesanti da trasportare. Allora, o le lasciamo stare, oppure dobbiamo trovare qualcuno che ci aiuti a portarle, insieme. Il prezzo che si paga è la solitudine o la compagnia. Non c'è un terzo modo di vivere.

Accanto

Accanto è suono
di parole caldo
di voci e volere
stare insieme
vicini silenziosi
al canto d’amore.

25 marzo 2012

Inversi

Resto solo
perché muore
questo così
se di giorno
non sono più
dove volevo
a consumare
d’aria gli occhi
dopo tutte
le ore diverse
che invece
sono state
non insieme.

Cosa mi tiene

Cosa mi tiene
dall’avere
pugni di carta
nelle mani,
mentre aspetto
di vedere
come sai fare
nodi d’acqua
e sciogliere
nastri al fuoco;

ma ora sarai
a correre via,
tra una traccia
fatta di penna
creduta persa
e altre strade
che sconfini,
sarai sui sassi
a dividere me
da terra e mare.

23 marzo 2012

Abisso

Tu abisso
non sei attorno
sai essere
luogo se vuoto
non sei colore
ma sei nero
senza fondo.

22 marzo 2012

Tre spine

entrano legni e ossa
stranite in frantumi
taglienti spine le anime  
e schegge accoltellate,

invece che angelici fiori
o erbe amare scavate
dal pugnale che fessa
la terra inflitta di pelle,

colpi di sangue collerico
striano graffi e castighi
come cerniere corolle
che richiudono a notte,

Doppi


è altro
sono altre
e altri
lo sono
come loro

per questi
ogni cosa
una figura
o pensiero
è altro

21 marzo 2012

Sconosciuti

Sentire la vita
che non diventa
che non conosce
altri rimpianti
sogni sconosciuti
che non sapranno
che desiderare
dispiaceri vissuti
amori abbandonati.

“Quel che mi piace fare”. La gioia dei nani e degli equilibristi

Scritto per una cara amica

Comincio con una citazione, è il modo che hanno i nani per salire sulle spalle dei giganti:

La “proporzione matematica”
è la negazione
della “proporzione perfetta” (W. Blake).

Nella poesia delle lingue romanze la metrica rappresenta una condizione e uno strumento di misura di quantità accentuative e numeriche “dov’è la rima a fare il verso”, l’altra, quella ritmica, di alternanze di sillabe brevi e sillabe lunghe, è propria della poesia classica, greca e latina, con la latina “che non prevede rime, se non l’occasionalità di omoteleuti a fine verso o in cesura con effetti simili alla rima”.
Insomma, che si frammenti il discorso in strofe, versi, sillabe, rime, per usare la metrica bisogna essere bravi a contare e soprattutto a far tornare i conti.
Questo, alla fine, dovrebbe lasciare un senso di appagamento, per aver fatto bene il proprio lavoro, perché i conti tornano.
Questo va bene, ma basta per accontentarsi?, e poi perché accontentarsi nella poesia?, perché deve essere immagine di rispecchiamento della vita che non ci soddisfa?

La dynamis creatrice, la libido in forma d’istinto, s’impadronisce dell’individuo come di un oggetto e lo adopera come strumento o espressione [qui, corsivo mio]. Se è lecito considerare l’essere come un’“opera d’arte”, allora l’uomo nello stato dionisiaco diventa davvero un’opera d’arte, fattasi a sua volta naturale; non è affatto un’opera d’arte nel senso che si è soliti attribuire a quest’espressione, esso non è altro che pura natura, sfrenato, sotto ogni aspetto un vero torrente in tempesta, e non è nemmeno un animale che si mantenga nei suoi limiti naturali [qui, corsivo mio] (C.G. Jung).

È vero che non si nasce pittori astratti, se non si è capaci anche nel figurativo difficilmente si può diventare altro; e poi, chi dipinge, agli inizi “imita” la natura, prima di inventare un’altra dimensione della realtà.
Di conseguenza, si potrebbe affermare che chi si affida al “verso libero” e/o al “verso liberato” usa un espediente per non ammettere la propria incapacità nell’uso scientifico della metrica.
Una lettura alternativa, di ciò che poesia è e ciò che poesia non è, fa della segmentazione la misura minima per comprendere se abbiamo davanti poesia (dal gr. póiēsis, deriv. da poieîn «fare, creare») o prosa (dal lat. prosa [oratio], «[discorso] in linea retta»).
Insomma, alla fine, il rischio è quello di “discorrere” di poesia senza “fare” poesia. Mi basta, e in abbondanza, la risposta data da Dylan Thomas durante un’intervista:

Quel che mi piace fare è trattare le parole come un artigiano fa col legno o con la pietra o con quel che si vuole, per spaccare, intagliare, modellare, avvolgere, lucidare e livellare queste entro modelli, sequenze, sculture, raffigurazioni di suono che esprimano un qualche impulso lirico, qualche dubbio o convinzione di tipo spirituale, qualche verità colta soltanto in parte che io debbo cercare di raggiungere comprendere.

La scrittura la sento e la vedo sempre come un viaggio: nella poesia, con la penna segnare un segmento di una linea che si spezza per procedere e che per andare avanti deve anche tornare indietro, sia per mettere punti, stanghette o avvolgere cerchi di lettere, sia per scendere poi di livello, nella riga sottostante, per ricominciare a dire nella sospensione di un vuoto bianco. Forse sarà questo a fare della scrittura un procedimento e uno strumento pericoloso (più di quanto possa esserlo la metrica), quello di costringere a camminare sul filo di una riga, potendo contare solo su quello che si è più che sulle proprie risorse.
Questa discesa è già un’altra misura, che da esteriore diventa interiore, perché scende nelle “persone tutte”, come una sonda o un bisturi che ritorna nei luoghi del passato per trovare il modo di leggere/curare i modi del presente, per sperare che quello che si sta facendo cambi magari in meglio anche il proprio futuro.

La verità è che non ho rivelazioni da fare. Ho passato la vita a leggere, ad analizzare, a scrivere (o a tentar di scrivere) e a gioirne. Ho scoperto che quest’ultimo punto è la cosa più importante. A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è di alcun aiuto (J.L. Borges)

Queste sono le parole di un cieco, di chi ancora gioiva nel vedere una pagina bianca.


Per approfondimenti e sprofondamenti:

Asor Rosa A. (ed.), Letteratura italiana, vol. 3: Le forme del testo, I. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984.
Beltrami P.G., La metrica italiana, Il Mulino, Bologna 1991.
Borges J.L., L’invenzione della poesia. Le lezioni americane, Mondadori, Milano 2001.
Dizionario di linguistica e di filologia, metrica retorica, dir. da G.L. Beccaria, n.e., Einaudi, Torino 2004
Dizionario di Retorica e Stilistica, Utet, Torino 2004.
Jung C.G., Tipi psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 2011.