6 maggio 2012
Pietà
Cercherò
nomi
per
avere pietà
di me
il giorno
intanto
aspetto
inganno
e notte
per
vedere carità
e pioggia
di stelle.
LO SPOSALIZIO
Raccontami
le storie
dallo
sposalizio infranto
alle
cose rimaste tra denti
come
coraggio di non dire
che
ancora si legge vicino
ai
mestoli a rigirare
al
vapore che sale
a
manipoli di cose da fare
travasi
di piante o fiori
che
vivono più della gente
dove
scorrono auto
nei
sottopassi a sparire
ritrovare
subito la salita
verso
il mare o dal mare
lo
sapevi che si va sempre
per
ritornare e lo so anch’io.
OPPURE
Ti fai
attendere
raccogli
sgomento
gestante
punisci
le
dita in virgulti
mentre
trabocca
a
imene ristretto
una
tua voce
che
infine la vita
rimane
a unire
due
vite, oppure.
3 maggio 2012
ISTANTI
Nel
tempo i confini
sono
presenti
invisibili
oltre
e linea
mobile
fatta
d’istanti
di cose
di prima
che
vanno a posto
passando
alle spalle;
sulla
fronte arriva
un
segno di rughe
a
pesare lo sguardo
come
l’orizzonte
che
varca lo spirito
se intanto
intrepido
braccato
dall’aria
s’inarca
un respiro.
IMMUTABILE
Immutabile orlo di labbra
che si consuma in sorrisi
a sentirsi cornice
e perimetro che sorge
in crespe abbreviature
e chi tace
trova apparenza
che sa già di lontananza.
1 maggio 2012
Un debito
Prometti
un debito
a chi
ami,
è l’unico
modo
di
dare qualcosa
che
ancora non esiste
a
chi ancora
non
ti conosce,
ma
non promettere
mai
l’amore che hai,
non
può essere
quello
che avrai,
un
debito è domani.
Corrente
Fare
di noi onde
Dei
nostri corpi
Immersi
esposti
In flussi
a tempo
Sospesi
ai polsi
Indifesi
all’altro
Che
una volta
È uno
sabbia
Nella
corrente
E un’altra
volo
Che
non risale
E non
smettere
Di scorrere
lenti
Mentre
in vagiti
Nascono
in noi
Onde
di niente
30 aprile 2012
Posso scriverti
Posso scriverti
Senza saperti leggere
Perché la mia mano
Ti sa trovare
Dove non appari
Per te che preferisci
Non dire per non essere
E aspettare che arrivi
Il giorno che saprai
Vedere fuori
Le cose che ora sono
Nei tuoi occhi.
Senza saperti leggere
Perché la mia mano
Ti sa trovare
Dove non appari
Per te che preferisci
Non dire per non essere
E aspettare che arrivi
Il giorno che saprai
Vedere fuori
Le cose che ora sono
Nei tuoi occhi.
26 aprile 2012
Elementi
Hai bisogno
che io sia fuoco
come sono
indulgenza e
verità
come sei
distanza di
terra
dimenticanza d’acqua
e aria
che non ti lasci
prendere
togliendomi
respiri.
È più notte
È più notte
appena ti penso
e i miei
pensieri
sono chiari
di silenzio e di
ieri
più accesi
quando spengo
quasi la luce
di ogni cielo
e non sei stella
e tu non vieni
se io arrivo
a germogliare
le mie armi
ai tuoi piedi
deposte indifese
a non capire il
buio
che non ti
accende.
23 aprile 2012
L’uomo perso (Un canto nella tempesta)
I castelli d’acqua della tempesta
li riconosci dalle rovine
quando ricadono i frangenti
che urlano in frantumi
i cancelli chiusi delle tue dita
li riconosci dalle lacrime
quando evaporano come niente
e neanche cadono sul tuo seno
i vestiti smessi della sera
li ha riposti dove capitano
quando riposano in petali
che ricordano che sei spogliata
i lasciti tesi dei muscoli
li senti vividi e stanchi
quando cedi ai sogni caldi
che scendono bianchi di cera
in catene di sale le brezze
legate dal mare in dune
ti somigliano pallide e nude
e risalgono paurose in correnti
i fondali scuri delle tue vite
si aprono a ferite di cielo
quando alle tempeste
sopravvive una barca di carta
i segni persi delle matite
riemergono impossibili a dire
dov’erano affiorate le schegge
e nessuna certezza di ritrovarti
i legni di una porta e le assi
di una nave che viaggia
attenuano appena l’uomo folle
perché perduto o perché egli ama.
ESITAZIONE
Non
tardare ancora
all’estremità
delle mie dita
sfioro
il vuoto
e
plasmo il niente
con
le mani a grucce
come
fanno i ciechi
dei
loro ricordi
che
sanno dove fermare
l’esitazione
della mano
e
io so che sei
solo
poco più avanti
da
dove potresti essere
e
per questo mi riguardi
che
le punte delle impronte
sgocciolano
inchiostri invisibili.
22 aprile 2012
CIRCOSTANZE
Capire perché non riesco
a consumare con gli occhi
ma gli occhi sì a perdersi
nella ricerca di trovare te.
Sono circostanze di vita
e domande di perché
la voce corteggia l’anima
e il corpo ne è sensibilità.
Negli accenti mi parli
e parlo senza quantità
che è inutile far soffrire
a poco a poco se è sempre.
Negli accenti mi parli
e parlo senza quantità
che è inutile far soffrire
a poco a poco se è sempre.
VOLERTI
Volevo
vederti
nel
tempo
come
salivano
i lampi
brevi
di
confusione
alla
fine dei versi
e
le dimensioni
dello
spazio
che
conosco di te
nel
sapore lieve
che
ti accompagna
tu
a muovere l’aria
tu a nascere vento
tu a nascere vento
perché
nuvola
sei
nello sguardo
scura
di terra
e
lucida di pioggia
mentre
in te
crescono
raggi
che
impediscono
di leggere
dove
sei
impossibile
e non
ti fai toccare.
FRONTIERA
Ora
sei tu per me
un mistero
perché
non so
se
le mie labbra
sui
tuoi occhi
potrebbero
sentire
battiti
dei tuoi ricordi
nei
pensieri chiusi
oltre
il velo di silenzio
che
non fai vedere
nell’ascolto
di te
una
luce inconsapevole
mi
getta parole
e
diventi una frontiera
ora
sei sul confine
tra
i deserti di ieri
che
ti disponevano
all’assenza
ora
sei tu un lembo
di
fremiti dove
trattieni
e respingi
tutto
ci allontana
tanto
più ci avvicina
lo
stesso specchio
magnetico
che dice
che
questa follia
può
precedere l’amore
o calpestarlo
di tagli
le
linee telefoniche
dividono
i sensi
le
stesse chiamate
chiuse
che chiedono
se
siamo avanzati
su una
strada che porta
allo
scontro di labbra
20 aprile 2012
Per finire
Forse si scrive
per finire le parole,
per trovare il silenzio.
Solo il cuore
rimane inquieto.
18 aprile 2012
Guerra
In te
mi riposo da guerra
che
mi fa veleno dentro
denso
quando sei lontana
e
rinvengo al giorno
dopo
averti nel sonno
e
non ti trovo al risveglio
ma
tu continui ad essere
e
sei desiderio irreale
non
solo nelle parole
che
siamo sovrapposti
quando
sorridi e io sorrido.
17 aprile 2012
Le foglie
Le foglie come sorelle
che il vento raccoglie
al ramo delle loro vite
si stanno vicine
legate come farfalle
che il vento raccoglie
al ramo delle loro vite
si stanno vicine
legate come farfalle
Le foglie come le figlie
che per stare unite
insieme sono nate
che la mano si tengono
che insieme si scuotono
che per stare unite
insieme sono nate
che la mano si tengono
che insieme si scuotono
Le foglie sono nell’aria
parlando tra loro
la stessa lingua
al vento raccontano come
sono sorelle le foglie
parlando tra loro
la stessa lingua
al vento raccontano come
sono sorelle le foglie
16 aprile 2012
E tu
Un’isola
il cuore
Un lago
il sangue
Un cielo
il respiro
E tu,
isola, lago, cielo
E tu,
cuore, sangue, respiro
E tutto
15 aprile 2012
Avvertimi
Avvertimi
quando saremo domani,
che
i fiori fermi al sole
avranno
visto la città, prima che le campane
svegliassero
le chiese,
che
i bambini prendessero il latte aprendo i loro sorrisi;
avvertimi
domani quando saremo lontani,
perché
il nostro tempo non è ancora un giorno
e
io sono ancora senza l’abbraccio delle tue radici.
Estranei (con la paura)
Non
credermi
se dovessi
sentirmi dire
il
desiderio
di
conoscere il tuo corpo
la
stretta
la
presa che apre
le
braccia in vincoli
le
bocche
che
non sono vere
perché
sono su di te
come
un vetro
con
la paura
se
dovessi parlare
di
rompere in grani
molteplici
e riflessi
lettere
di parole
ognuna
un sì e un ancora
con
la paura
se
dovessi vederti dire
che
invece sono dei no
allora
non avrei
che
abbracci di nulla
e l’abbandono
un
quadro ricomposto
di
pezzi combacianti
come
degli estranei
e
per me solo cose
di
te che non sei per me.
La tua immagine
La tua
immagine
quando
chiudo gli occhi
non
scompare
diventa
occhi aperti
dentro
di me.
Passi
Sono
i miei passi di esodo
seguono
il congedo da una casa
sono
sopraffatto dall’assenza
dei
desideri e le scarpe cerco
che
si nascondono sotto i letti
dove
al buio sono tutte uguali.
14 aprile 2012
12 aprile 2012
Non siamo
Della vita
Quello che sei
Sono i tuoi occhi
Che sembrano sempre
Avere appena pianto
Quel rossore
Intorno alle dita
Lo stesso dei confini
Che ricordano
Quello sguardo
Che ancora è
Sulla schiena
Di qualcuno
Quelle mani
Che non sono più
Per nessuno
E non si riposano
Angeli Nuovi
![]() |
| P. Klee, Angelus Novus (1920) Massimo D.L. (2012) |
«C’è
un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che
sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli
occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve
avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena
di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su
rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i
morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è
impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle.
Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle,
mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il
progresso, è questa tempesta».
W.
Benjamin, Angelus novus, Einaudi, Torino 1962, pp. 76-77.
Qualcosa devono sapere i bambini che noi non sappiamo.
Dove s’annida l’anima, forse alla sporgenza delle
labbra,
quella che fa sorridere, così che la bocca e una
porta sono aperture.
E chissà quante altre pagine somigliano a queste
due,
dove una non sa dell’altra, ma è come se la
conoscesse,
senza sapere che esista, senza averla mai vista.
Qualcosa devono vedere i bambini che noi non vediamo. (r.)
9 aprile 2012
Caos e conflitti
Caos
e conflitti, nei confronti
delle
certezze, che sono sfuggite
incolpevoli
alle tragiche madri
delle
nostre idee migliori;
e
quali opere sono superstiti,
infrante
al pericolo di cadute?
blasfeme
come un legno, curve
nelle
tracce delle vene espanse?
in circuiti
virali di sangue
nascoste
in sudori trasparenti,
fluttuano
lingue senza radice
rosse
e cariche di percussioni.
Strange
Lo strano destino delle parole,
essere somiglianti, eppure così diverse l’una dall’altra, condividere un
giudizio e una definizione, eppure avere distanze di significato che
appartengono a dimensioni che di necessità le separano, in distinzioni che non
possono appartenersi.
Il caso che accomuna la desinenza
sonora di reale, ideale e virtuale – proprio nel
rispetto di questa sequenza storica e primordiale – è peso e misura del disagio
dell’individuo, ma dichiarata rivelazione dell’imbarazzo provato nel non sapere
più quale sia il mondo nel quale si è destinati a vivere quello che per
convenzione conosciamo come tempo.
Queste tre dimensioni, corni di una
figura geometrica rigida e quindi inspiegabile, sono aspetti angolari che puntano
per allontanarsi, ma non possono più scindersi se non come espressione di una
patologia dell’esistenza, un luogo unico e altro di isolamento temporaneo,
inevitabilmente temporaneo, almeno quanto la durata che ad ognuno spetta come
vita.
E mentre è tutto questo, l’unica
domanda che vale è “che cos’è amore”, se lo troviamo, se lo perdiamo, se
davvero è per noi.
Ancora la poesia; se questo è lo
strumento che fuoriesce da un processo di forgia, uno strumento di parola,
unità che è reale, ideale e virtuale, che non è somma di parti ma cosa
trasformata, del tutto nuova.
Questo veicolo trasporta “tutto di
noi stessi” verso gli altri, non solo nel presente; (ma) venendo da lontano
saremmo perduti se sapessimo anche una sola cosa di quello che potrebbe accaderci
domani, soprattutto dell’amore.
E cuore somiglia
E
cuore somiglia
a
come segue e ferma
e come
non conosce
che
sangue è colore
e che
ne sono la corsa
le
prospettive di vene.
Mi visiti
Mi
visiti come narrazione
che
a me non parla più
quando
ho visto l’aria
che
si muoveva con te
ho
sentito dov’era rimasto
di
te l’ascolto d’un sorriso.
Interpreti
Che
le ombre anche nostre
si
sono sovrapposte
senza
che potessimo dire
che
eravamo d’accordo col sole
e
non ce ne siamo accorti
quando
i nostri passi
salivano
sulla terra sulle pietre
e
non abbiamo scostato
il mare
dagli occhi
che
anche quello era troppo
avere
davanti per scorgere
distante
cosa accadeva
e di
cosa eravamo interpreti.
Lascia la mia mano
Lascia
la mia mano
sul
tuo viso
che
senta i lineamenti
il
disegno dei doppi
sensi
degli occhi
il tuo
respiro che riscalda
il
palmo e il punto
nella
linea della mia vita
che
si è fermata
dove
ti ho incontrato.
Il viaggio
Ti accorgerai
del sottile fumo
d’asfalto dietro
e sotto i piedi
Ti ricorderai
della strada
e le gambe ieri
meno stanche
Che le persone
sono il viaggio
e che i luoghi
non partono mai
3 aprile 2012
Primi
Dire
basta e fermarsi,
per
primi,
prima
che altri dicano
basta;
essere primi,
fermandosi
prima.
30 marzo 2012
Una, le altre
Le poesie
d’amore si scrivono sempre per una sola persona.
Le altre
poesie si scrivono per tutte le altre persone, meno una.
28 marzo 2012
Di cosa abbiamo bisogno
Di cosa abbiamo bisogno
del sangue il suo calore
di quanto dobbiamo dire
di quello vogliamo tacere
ne abbiamo date di parole
sono state anche troppe
senza mai essere tante
e molte hanno fatto male
le abbiamo portate con noi
tutte le altre cose non dette
ora sono dove non c’è più
nessuno le voglia ascoltare
e abbiamo parlato di tutto
senza che fosse importante
avere il coraggio di dire
nessuno ha mai avuto tanto.
26 marzo 2012
Brevi raggi
Anche quando avere
è nascondere dentro di sé
il buio delle anime sole
le ferite che si aprono
non sono mai vie di luce
ma brevi raggi di dolore
l’anima soffre e sente
tutto quello che vede
brucia poi una breccia
allora non si desidera
bere che più mangiare
fuoco e febbre consuma
ma una guerriglia sfugge
e la disperazione scorre
bersagliando lacrime.
Le cose, insieme
Le cose che riceviamo durante il corso della nostra vita a volte sembrano troppo pesanti da trasportare. Allora, o le lasciamo stare, oppure dobbiamo trovare qualcuno che ci aiuti a portarle, insieme. Il prezzo che si paga è la solitudine o la compagnia. Non c'è un terzo modo di vivere.
Accanto
Accanto
è suono
di
parole caldo
di voci
e volere
stare
insieme
vicini
silenziosi
al
canto d’amore.
25 marzo 2012
Inversi
Resto
solo
perché
muore
questo
così
se di
giorno
non
sono più
dove
volevo
a
consumare
d’aria
gli occhi
dopo
tutte
le
ore diverse
che
invece
sono
state
non
insieme.
Cosa mi tiene
Cosa
mi tiene
dall’avere
pugni
di carta
nelle
mani,
mentre
aspetto
di vedere
come
sai fare
nodi
d’acqua
e
sciogliere
nastri
al fuoco;
ma ora
sarai
a
correre via,
tra
una traccia
fatta
di penna
creduta
persa
e
altre strade
che
sconfini,
sarai
sui sassi
a
dividere me
da terra
e mare.
23 marzo 2012
22 marzo 2012
Tre spine
entrano
legni e ossa
stranite
in frantumi
taglienti
spine le anime
e schegge
accoltellate,
invece
che angelici fiori
o
erbe amare scavate
dal
pugnale che fessa
la terra
inflitta di pelle,
colpi
di sangue collerico
striano
graffi e castighi
come
cerniere corolle
che
richiudono a notte,
Doppi
è altro
sono altre
e altri
lo sono
come loro
per questi
ogni cosa
una figura
o pensiero
è altro
21 marzo 2012
Sconosciuti
Sentire
la vita
che
non diventa
che
non conosce
altri
rimpianti
sogni
sconosciuti
che
non sapranno
che
desiderare
dispiaceri
vissuti
amori
abbandonati.
“Quel che mi piace fare”. La gioia dei nani e degli equilibristi
Scritto per una cara amica
Comincio con una citazione, è il modo che hanno i nani per salire sulle
spalle dei giganti:
La “proporzione matematica”
è la negazione
della “proporzione perfetta”
(W. Blake).
Nella poesia delle lingue romanze la metrica rappresenta una condizione
e uno strumento di misura di quantità accentuative e numeriche “dov’è la rima a
fare il verso”, l’altra, quella ritmica, di alternanze di sillabe brevi e
sillabe lunghe, è propria della poesia classica, greca e latina, con la latina “che
non prevede rime, se non l’occasionalità di omoteleuti a fine verso o in cesura
con effetti simili alla rima”.
Insomma, che si frammenti il discorso in strofe, versi, sillabe, rime, per
usare la metrica bisogna essere bravi a contare e soprattutto a far tornare i
conti.
Questo, alla fine, dovrebbe lasciare un senso di appagamento, per aver fatto
bene il proprio lavoro, perché i conti tornano.
Questo va bene, ma basta per accontentarsi?, e poi perché accontentarsi
nella poesia?, perché deve essere immagine di rispecchiamento della vita che
non ci soddisfa?
La dynamis
creatrice, la libido in forma d’istinto, s’impadronisce
dell’individuo come di un oggetto e lo adopera come strumento o espressione
[qui, corsivo mio]. Se è lecito considerare l’essere come un’“opera d’arte”,
allora l’uomo nello stato dionisiaco diventa davvero un’opera d’arte, fattasi a
sua volta naturale; non è affatto un’opera d’arte nel senso che si è soliti
attribuire a quest’espressione, esso non è altro che pura natura, sfrenato,
sotto ogni aspetto un vero torrente in tempesta, e non è nemmeno un animale che si mantenga nei suoi limiti naturali
[qui, corsivo mio] (C.G. Jung).
È vero che non si nasce pittori astratti, se non si è capaci anche nel
figurativo difficilmente si può diventare altro; e poi, chi dipinge, agli inizi “imita”
la natura, prima di inventare un’altra dimensione della realtà.
Di conseguenza, si potrebbe affermare che chi si affida al “verso
libero” e/o al “verso liberato” usa un espediente per non ammettere la propria
incapacità nell’uso scientifico della metrica.
Una lettura alternativa, di ciò
che poesia è e ciò che poesia non è,
fa della segmentazione la misura minima per comprendere se abbiamo davanti
poesia (dal gr. póiēsis, deriv. da poieîn «fare, creare») o prosa (dal lat.
prosa [oratio], «[discorso] in linea retta»).
Insomma, alla fine, il rischio è quello di “discorrere” di poesia senza
“fare” poesia. Mi basta, e in abbondanza, la risposta data da Dylan Thomas durante
un’intervista:
Quel che mi piace fare è
trattare le parole come un artigiano fa col legno o con la pietra o con quel che
si vuole, per spaccare, intagliare, modellare, avvolgere, lucidare e livellare
queste entro modelli, sequenze, sculture, raffigurazioni di suono che esprimano
un qualche impulso lirico, qualche dubbio o convinzione di tipo spirituale,
qualche verità colta soltanto in parte che io debbo cercare di raggiungere
comprendere.
La scrittura la sento e la vedo sempre come un viaggio: nella poesia, con
la penna segnare un segmento di una linea che si spezza per procedere e che per
andare avanti deve anche tornare indietro, sia per mettere punti, stanghette o
avvolgere cerchi di lettere, sia per scendere poi di livello, nella riga
sottostante, per ricominciare a dire nella sospensione di un vuoto bianco. Forse
sarà questo a fare della scrittura un procedimento e uno strumento pericoloso (più
di quanto possa esserlo la metrica), quello di costringere a camminare sul filo
di una riga, potendo contare solo su quello che si è più che sulle proprie
risorse.
Questa discesa è già un’altra misura, che da esteriore diventa interiore,
perché scende nelle “persone tutte”, come una sonda o un bisturi che ritorna
nei luoghi del passato per trovare il modo di leggere/curare i modi del
presente, per sperare che quello che si sta facendo cambi magari in meglio anche
il proprio futuro.
La verità è che non ho
rivelazioni da fare. Ho passato la vita a leggere, ad analizzare, a scrivere (o
a tentar di scrivere) e a gioirne. Ho scoperto che quest’ultimo punto è la cosa
più importante. A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una
conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina
bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è
di alcun aiuto (J.L. Borges)
Queste sono le parole di un cieco,
di chi ancora gioiva nel vedere una pagina bianca.
Per
approfondimenti e sprofondamenti:
Asor Rosa A. (ed.),
Letteratura italiana, vol. 3: Le forme del testo, I. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984.
Beltrami P.G., La
metrica italiana, Il Mulino, Bologna 1991.
Borges J.L., L’invenzione
della poesia. Le lezioni americane, Mondadori, Milano 2001.
Dizionario di linguistica e
di filologia, metrica retorica, dir. da G.L. Beccaria,
n.e., Einaudi, Torino 2004
Dizionario di Retorica e
Stilistica,
Utet, Torino 2004.
Jung C.G., Tipi
psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 2011.
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