Quando si
vede un film, i sensi che vengono coinvolti sono quelli della vista e
dell’udito. Gli occhi, ovviamente, sono i primi ad essere sollecitati, e questo
accade attraverso le immagini delle scene che scorrono in sequenza sullo
schermo; simultaneamente, l’ascolto dei dialoghi e l’accompagnamento di rumori,
suoni e musica avvolgono lo spettatore e lo portano a vivere un’esperienza per
la quale lo spettatore dimentica dove si trova ed “entra” psicologicamente
nella storia raccontata dal film.
Questo
fenomeno di sospensione della realtà è tanto più forte e sensibile quanto più il
film ha la capacità di rappresentare e suscitare emozioni, come se lo
spettatore stesso si identificasse con la storia che stanno vivendo gli attori.
L’ultimo film
di Martin Scorsese, Hugo Cabret (Usa,
2011), racconta gli inizi dell’arte cinematografica attraverso le
sperimentazioni di George Meliès, uno dei primi registi che sfruttarono con
creatività e fantasia l’invenzione della pellicola in movimento.
Hugo Cabret è
un bambino, figlio di un orologiaio; già orfano di madre, viene affidato ad uno
zio quando anche il padre perde la vita in un incidente. Al bambino viene
affidato dallo zio il compito della carica e della manutenzione degli orologi
della stazione ferroviaria di Paris Montparnasse.
Hugo vive
praticamente in clandestinità, si muove come un invisibile nei luoghi
frequentati dai viaggiatori. Il suo scopo è quello di riparare un vecchio
congegno meccanico che aveva recuperato suo padre da uno dei tanti luoghi dove
si abbandonano le cose che non servono più. Questo scopo è anche una missione
di vita, perché il congegno è un automa di forma umana in grado di poter
scrivere. Hugo spera che una volta completata la riparazione, l’automa scriva
un messaggio che gli avrebbe lasciato suo padre.
Fin qui l’avvio
della storia, il seguito merita di essere lasciato in sospeso. Ma quello che
non si può tacere è l’evidente aspettativa che viene riposta dal bambino
nell’oggetto inanimato.
Non si può
non leggere in questo anche una visione che vale ancora per i giorni di oggi,
quando ci si affida a computer che sembrano saper fare tutto, o a sempre più
evoluti telefoni cellulari che aiutano a comunicare virtualmente con le persone
evitando però di farle incontrarle.
La
sospensione della realtà può essere una scelta nel vedere un film, ma non deve
rappresentare un modo di vivere che esclude le persone dalla realtà. Nessun
mezzo tecnico può sostituire un abbraccio o una stretta di mano. Hugo Cabret
aiuta a capire anche questo, è un film che guarda al passato ma il suo
messaggio più che per il futuro resta un monito per il presente.
Nessun commento:
Posta un commento