Le altre
poesie si scrivono per tutte le altre persone, meno una.
30 marzo 2012
28 marzo 2012
Di cosa abbiamo bisogno
Di cosa abbiamo bisogno
del sangue il suo calore
di quanto dobbiamo dire
di quello vogliamo tacere
ne abbiamo date di parole
sono state anche troppe
senza mai essere tante
e molte hanno fatto male
le abbiamo portate con noi
tutte le altre cose non dette
ora sono dove non c’è più
nessuno le voglia ascoltare
e abbiamo parlato di tutto
senza che fosse importante
avere il coraggio di dire
nessuno ha mai avuto tanto.
26 marzo 2012
Brevi raggi
Anche quando avere
è nascondere dentro di sé
il buio delle anime sole
le ferite che si aprono
non sono mai vie di luce
ma brevi raggi di dolore
l’anima soffre e sente
tutto quello che vede
brucia poi una breccia
allora non si desidera
bere che più mangiare
fuoco e febbre consuma
ma una guerriglia sfugge
e la disperazione scorre
bersagliando lacrime.
Le cose, insieme
Le cose che riceviamo durante il corso della nostra vita a volte sembrano troppo pesanti da trasportare. Allora, o le lasciamo stare, oppure dobbiamo trovare qualcuno che ci aiuti a portarle, insieme. Il prezzo che si paga è la solitudine o la compagnia. Non c'è un terzo modo di vivere.
Accanto
Accanto
è suono
di
parole caldo
di voci
e volere
stare
insieme
vicini
silenziosi
al
canto d’amore.
25 marzo 2012
Inversi
Resto
solo
perché
muore
questo
così
se di
giorno
non
sono più
dove
volevo
a
consumare
d’aria
gli occhi
dopo
tutte
le
ore diverse
che
invece
sono
state
non
insieme.
Cosa mi tiene
Cosa
mi tiene
dall’avere
pugni
di carta
nelle
mani,
mentre
aspetto
di vedere
come
sai fare
nodi
d’acqua
e
sciogliere
nastri
al fuoco;
ma ora
sarai
a
correre via,
tra
una traccia
fatta
di penna
creduta
persa
e
altre strade
che
sconfini,
sarai
sui sassi
a
dividere me
da terra
e mare.
23 marzo 2012
22 marzo 2012
Tre spine
entrano
legni e ossa
stranite
in frantumi
taglienti
spine le anime
e schegge
accoltellate,
invece
che angelici fiori
o
erbe amare scavate
dal
pugnale che fessa
la terra
inflitta di pelle,
colpi
di sangue collerico
striano
graffi e castighi
come
cerniere corolle
che
richiudono a notte,
Doppi
è altro
sono altre
e altri
lo sono
come loro
per questi
ogni cosa
una figura
o pensiero
è altro
21 marzo 2012
Sconosciuti
Sentire
la vita
che
non diventa
che
non conosce
altri
rimpianti
sogni
sconosciuti
che
non sapranno
che
desiderare
dispiaceri
vissuti
amori
abbandonati.
“Quel che mi piace fare”. La gioia dei nani e degli equilibristi
Scritto per una cara amica
Comincio con una citazione, è il modo che hanno i nani per salire sulle
spalle dei giganti:
La “proporzione matematica”
è la negazione
della “proporzione perfetta”
(W. Blake).
Nella poesia delle lingue romanze la metrica rappresenta una condizione
e uno strumento di misura di quantità accentuative e numeriche “dov’è la rima a
fare il verso”, l’altra, quella ritmica, di alternanze di sillabe brevi e
sillabe lunghe, è propria della poesia classica, greca e latina, con la latina “che
non prevede rime, se non l’occasionalità di omoteleuti a fine verso o in cesura
con effetti simili alla rima”.
Insomma, che si frammenti il discorso in strofe, versi, sillabe, rime, per
usare la metrica bisogna essere bravi a contare e soprattutto a far tornare i
conti.
Questo, alla fine, dovrebbe lasciare un senso di appagamento, per aver fatto
bene il proprio lavoro, perché i conti tornano.
Questo va bene, ma basta per accontentarsi?, e poi perché accontentarsi
nella poesia?, perché deve essere immagine di rispecchiamento della vita che
non ci soddisfa?
La dynamis
creatrice, la libido in forma d’istinto, s’impadronisce
dell’individuo come di un oggetto e lo adopera come strumento o espressione
[qui, corsivo mio]. Se è lecito considerare l’essere come un’“opera d’arte”,
allora l’uomo nello stato dionisiaco diventa davvero un’opera d’arte, fattasi a
sua volta naturale; non è affatto un’opera d’arte nel senso che si è soliti
attribuire a quest’espressione, esso non è altro che pura natura, sfrenato,
sotto ogni aspetto un vero torrente in tempesta, e non è nemmeno un animale che si mantenga nei suoi limiti naturali
[qui, corsivo mio] (C.G. Jung).
È vero che non si nasce pittori astratti, se non si è capaci anche nel
figurativo difficilmente si può diventare altro; e poi, chi dipinge, agli inizi “imita”
la natura, prima di inventare un’altra dimensione della realtà.
Di conseguenza, si potrebbe affermare che chi si affida al “verso
libero” e/o al “verso liberato” usa un espediente per non ammettere la propria
incapacità nell’uso scientifico della metrica.
Una lettura alternativa, di ciò
che poesia è e ciò che poesia non è,
fa della segmentazione la misura minima per comprendere se abbiamo davanti
poesia (dal gr. póiēsis, deriv. da poieîn «fare, creare») o prosa (dal lat.
prosa [oratio], «[discorso] in linea retta»).
Insomma, alla fine, il rischio è quello di “discorrere” di poesia senza
“fare” poesia. Mi basta, e in abbondanza, la risposta data da Dylan Thomas durante
un’intervista:
Quel che mi piace fare è
trattare le parole come un artigiano fa col legno o con la pietra o con quel che
si vuole, per spaccare, intagliare, modellare, avvolgere, lucidare e livellare
queste entro modelli, sequenze, sculture, raffigurazioni di suono che esprimano
un qualche impulso lirico, qualche dubbio o convinzione di tipo spirituale,
qualche verità colta soltanto in parte che io debbo cercare di raggiungere
comprendere.
La scrittura la sento e la vedo sempre come un viaggio: nella poesia, con
la penna segnare un segmento di una linea che si spezza per procedere e che per
andare avanti deve anche tornare indietro, sia per mettere punti, stanghette o
avvolgere cerchi di lettere, sia per scendere poi di livello, nella riga
sottostante, per ricominciare a dire nella sospensione di un vuoto bianco. Forse
sarà questo a fare della scrittura un procedimento e uno strumento pericoloso (più
di quanto possa esserlo la metrica), quello di costringere a camminare sul filo
di una riga, potendo contare solo su quello che si è più che sulle proprie
risorse.
Questa discesa è già un’altra misura, che da esteriore diventa interiore,
perché scende nelle “persone tutte”, come una sonda o un bisturi che ritorna
nei luoghi del passato per trovare il modo di leggere/curare i modi del
presente, per sperare che quello che si sta facendo cambi magari in meglio anche
il proprio futuro.
La verità è che non ho
rivelazioni da fare. Ho passato la vita a leggere, ad analizzare, a scrivere (o
a tentar di scrivere) e a gioirne. Ho scoperto che quest’ultimo punto è la cosa
più importante. A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una
conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina
bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è
di alcun aiuto (J.L. Borges)
Queste sono le parole di un cieco,
di chi ancora gioiva nel vedere una pagina bianca.
Per
approfondimenti e sprofondamenti:
Asor Rosa A. (ed.),
Letteratura italiana, vol. 3: Le forme del testo, I. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984.
Beltrami P.G., La
metrica italiana, Il Mulino, Bologna 1991.
Borges J.L., L’invenzione
della poesia. Le lezioni americane, Mondadori, Milano 2001.
Dizionario di linguistica e
di filologia, metrica retorica, dir. da G.L. Beccaria,
n.e., Einaudi, Torino 2004
Dizionario di Retorica e
Stilistica,
Utet, Torino 2004.
Jung C.G., Tipi
psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 2011.
20 marzo 2012
TRAME
Ho
desiderato stringerti,
come
si desidera avere
tra
le braccia un respiro, diverso,
da
sentire e tenere vicino,
dove
posare una mano
a
sentire anche il cuore, battere,
con
la tua misura del tempo,
il
movimento del sempre
che
prende dai polsi
e
afferra alla gola.
Ho
tremato di te
ad
averti vicina
dai
tuoi occhi veloci
ho
sentito prendere, tutto,
tutta
la durata del giorno,
senza
perdere il senso, di un pensiero,
che
ti portava lontano.
Mi
sono mancate, le parole,
anche
se le avevo, da dire,
ma
non lo stupore
che
mi ha fatto
e
mi fai ancora sentire, stupido,
in
questa scrittura ripetuta
di
numeri nascosti.
Ho
desiderato stringerti
come
tenere tra me e le braccia
le trame
delle tue gambe
dove
posare il mio ascolto,
sul
tuo ventre per stare,
ad
ascoltare i tuoi racconti
sciogliersi
dai capelli
e nascondere
il viso
che
non ho bisogno
di vedere per riconoscere.
Torcigli
Il
mare accosta
e
cambia la gente
in
discorsi di sabbia
e
cambia le onde
che
arano il fondo
e
il rumore di sale
arrotola
alghe
in
torcigli d’elica.
14 marzo 2012
Condividere
Per quanto brevi le poesie e i pensieri
privano lo spazio bianco del suo dominio, segnano un percorso di ricerca che
dire personale è una negazione. La ricerca non condivisa è infatti destinata a
non rimanere nelle mani di nessuno. Così dire è anche dare, e lasciare che
qualcuno trovi le pagine necessarie. Le parole che affiorano dal bianco fino a davanti
agli occhi sono parole utili, servono a capire come il processo della scrittura,
anche se corroso dal tempo, si arrende alla carta. Ma l’operazione della
lettura non espone meno del lavoro dell’autore. È l’autore ad aprire le pagine
davanti al lettore, pagine diverse nell’estrazione di una raccolta che campiona
sentimenti e sensazioni, per offrire non una visione definita delle cose, ma un
respiro che coniuga amore, amicizia e altre emozioni in un quadro che solo per
i più distratti appare come una notte, perché le pagine solo bianche possono
abbagliare fino a far chiudere gli occhi.
Pensiero positivo
Lamentarsi non serve a cambiare le cose,
sopravvivere non basta per vivere,
andare avanti non è credibile,
tornare indietro non si può,
parlare sembra inutile,
essere positivi può creare un equivoco.
sopravvivere non basta per vivere,
andare avanti non è credibile,
tornare indietro non si può,
parlare sembra inutile,
essere positivi può creare un equivoco.
13 marzo 2012
Tanka - Don…
Senti lontana
La campana di vetro
Perché non suona
Ma se suonasse per te
Sarebbe un rintocco
12 marzo 2012
L'attenzione
«…le reste suit de lui-même»
Scrive Simone Weil ne L’ombra
e la grazia (1947) che:
L’attenzione, al suo grado più
elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore. […]
L’attenzione è legata al desiderio. Non alla volontà ma al desiderio. O, più
esattamente, al consenso. […] Il poeta produce il bello con l’attenzione
fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che
quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il
resto vien da sé.
Non ho potuto fare a meno di ritornare a queste parole,
trovandomi stretto nei miei pensieri da parole come combinazione, casualità, virtù, quasi ci fossero disegni non
interpretabili che non ci appartengono nelle cause ma solo negli effetti.
Io non credo negli strumenti ma alle persone. Così
incontrarsi è già un segno di attenzione che suscita una inaspettata sorpresa.
Le parole di Simone Weil, quando la parola informatica
e internet erano demoni non ancora
concepibili, contenevano già la profezia di uno “schermo”:
Amare con la parte dell’anima che
è situata dall’altra parte dello schermo perché la parte dell’anima che è
percettibile alla coscienza non può amare il nulla.
Le profezie, nell’incertezza dei loro tempi ultimi, sono
affermazioni imperative che reclamano come un grido “Nothing Else Matters”. Così Pasolini ne Il pianto della scavatrice non può che dire tutto con poco:
Solo l’amare,
solo il conoscere
conta, non l’aver
amato,
non l’aver
conosciuto. Dà angoscia
il vivere di
un consumato
amore. L’anima
non cresce più.
Così le parole seguono il loro
destino, senza sapere se gli uomini e le donne li precedono o li seguiranno, se
le distanze servono a separare o a unire. Domani non potrà che diventare un
oggi, una strada sulla quale amare, conoscere, vivere il presente con
l’attenzione di ciò che non era ieri ma potrebbe essere oggi e crescere sempre.
Disincanto
Il
disincanto chiarifica le attese
Della vita
che veste male tutto
Che fa
l’autopsia delle incertezze
E porta
uno sguardo di promesse
A quelle
che sembrano nuvole
E che sono
invece lettere cadute
Dagli specchi
in frantumi di lividi
Mai stati
così rigidi di pezzi riflessi
Nelle
pareti delle case le famiglie
Perfette
di fuori e dentro pazze
Sfortunate
bruciano di quel male
Che sono
e ne riconoscono l’esito
11 marzo 2012
Dov’è il tempo
Anche
il tempo
Va dimenticando
Dov’è
passato
Anche
il giorno
Non
conosce
Dov’è
che deve
Fare
ritorno
E quanta
gente
Proprio
non riesce
A sapere
che è così
Che
non c’è
Un nuovo
dire
Che
tempo è stato
Dove
ora è niente.
10 marzo 2012
Che vuoi che sia
Che
vuoi che sia
ricordarsi
tutto
quello
che è
parte
lontana,
un’altra
cosa
lasciata
andare
o
una persona
che
ha detto:
“Per
trattenermi
lasciami
partire,
che
vuoi che sia
basta
ricordare”.
7 marzo 2012
Quanti giorni
Quanti giorni di oggi sembrano uguali
a quelli che già ieri conoscevi?
eppure non ti aspetti
che qualcosa o qualcuno si aspetti
che anche tu oggi sia diverso da te
da come eri ieri.
4 marzo 2012
DISORDINI
Quando
arriva
il
cuore in disordine
alle
spalle lo senti
il
vento vuoto
e
segni sulla pelle
colpi
e subbugli
che
portano via
discostando
suoni
una
mano cerca
strada
tra le costole
divarica
muscoli
e
tra i nervi trova
discordi
nel sangue
rumori
sconsolati
di
battiti fuorilegge.
2 marzo 2012
Considerazione #2
A volte vale la pena anche piangere,
perché il mare che nasce da noi non è meno grande.
Iscriviti a:
Post (Atom)