If XXVI, 114-116

“a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza” (If XXVI, 114-116)

30 marzo 2012

Una, le altre

Le poesie d’amore si scrivono sempre per una sola persona.
Le altre poesie si scrivono per tutte le altre persone, meno una.

28 marzo 2012

Di cosa abbiamo bisogno

Di cosa abbiamo bisogno
del sangue il suo calore
di quanto dobbiamo dire
di quello vogliamo tacere

ne abbiamo date di parole
sono state anche troppe
senza mai essere tante
e molte hanno fatto male

le abbiamo portate con noi
tutte le altre cose non dette
ora sono dove non c’è più
nessuno le voglia ascoltare

e abbiamo parlato di tutto
senza che fosse importante
avere il coraggio di dire
nessuno ha mai avuto tanto.

J. Donne - Holy Sonnet 6


26 marzo 2012

Brevi raggi

Anche quando avere
è nascondere dentro di sé
il buio delle anime sole

le ferite che si aprono
non sono mai vie di luce
ma brevi raggi di dolore

l’anima soffre e sente
tutto quello che vede
brucia poi una breccia

allora non si desidera
bere che più mangiare
fuoco e febbre consuma

ma una guerriglia sfugge
e la disperazione scorre
bersagliando lacrime.

Le cose, insieme

Le cose che riceviamo durante il corso della nostra vita a volte sembrano troppo pesanti da trasportare. Allora, o le lasciamo stare, oppure dobbiamo trovare qualcuno che ci aiuti a portarle, insieme. Il prezzo che si paga è la solitudine o la compagnia. Non c'è un terzo modo di vivere.

Accanto

Accanto è suono
di parole caldo
di voci e volere
stare insieme
vicini silenziosi
al canto d’amore.

25 marzo 2012

Inversi

Resto solo
perché muore
questo così
se di giorno
non sono più
dove volevo
a consumare
d’aria gli occhi
dopo tutte
le ore diverse
che invece
sono state
non insieme.

Cosa mi tiene

Cosa mi tiene
dall’avere
pugni di carta
nelle mani,
mentre aspetto
di vedere
come sai fare
nodi d’acqua
e sciogliere
nastri al fuoco;

ma ora sarai
a correre via,
tra una traccia
fatta di penna
creduta persa
e altre strade
che sconfini,
sarai sui sassi
a dividere me
da terra e mare.

23 marzo 2012

Abisso

Tu abisso
non sei attorno
sai essere
luogo se vuoto
non sei colore
ma sei nero
senza fondo.

22 marzo 2012

Tre spine

entrano legni e ossa
stranite in frantumi
taglienti spine le anime  
e schegge accoltellate,

invece che angelici fiori
o erbe amare scavate
dal pugnale che fessa
la terra inflitta di pelle,

colpi di sangue collerico
striano graffi e castighi
come cerniere corolle
che richiudono a notte,

Doppi


è altro
sono altre
e altri
lo sono
come loro

per questi
ogni cosa
una figura
o pensiero
è altro

21 marzo 2012

Sconosciuti

Sentire la vita
che non diventa
che non conosce
altri rimpianti
sogni sconosciuti
che non sapranno
che desiderare
dispiaceri vissuti
amori abbandonati.

“Quel che mi piace fare”. La gioia dei nani e degli equilibristi

Scritto per una cara amica

Comincio con una citazione, è il modo che hanno i nani per salire sulle spalle dei giganti:

La “proporzione matematica”
è la negazione
della “proporzione perfetta” (W. Blake).

Nella poesia delle lingue romanze la metrica rappresenta una condizione e uno strumento di misura di quantità accentuative e numeriche “dov’è la rima a fare il verso”, l’altra, quella ritmica, di alternanze di sillabe brevi e sillabe lunghe, è propria della poesia classica, greca e latina, con la latina “che non prevede rime, se non l’occasionalità di omoteleuti a fine verso o in cesura con effetti simili alla rima”.
Insomma, che si frammenti il discorso in strofe, versi, sillabe, rime, per usare la metrica bisogna essere bravi a contare e soprattutto a far tornare i conti.
Questo, alla fine, dovrebbe lasciare un senso di appagamento, per aver fatto bene il proprio lavoro, perché i conti tornano.
Questo va bene, ma basta per accontentarsi?, e poi perché accontentarsi nella poesia?, perché deve essere immagine di rispecchiamento della vita che non ci soddisfa?

La dynamis creatrice, la libido in forma d’istinto, s’impadronisce dell’individuo come di un oggetto e lo adopera come strumento o espressione [qui, corsivo mio]. Se è lecito considerare l’essere come un’“opera d’arte”, allora l’uomo nello stato dionisiaco diventa davvero un’opera d’arte, fattasi a sua volta naturale; non è affatto un’opera d’arte nel senso che si è soliti attribuire a quest’espressione, esso non è altro che pura natura, sfrenato, sotto ogni aspetto un vero torrente in tempesta, e non è nemmeno un animale che si mantenga nei suoi limiti naturali [qui, corsivo mio] (C.G. Jung).

È vero che non si nasce pittori astratti, se non si è capaci anche nel figurativo difficilmente si può diventare altro; e poi, chi dipinge, agli inizi “imita” la natura, prima di inventare un’altra dimensione della realtà.
Di conseguenza, si potrebbe affermare che chi si affida al “verso libero” e/o al “verso liberato” usa un espediente per non ammettere la propria incapacità nell’uso scientifico della metrica.
Una lettura alternativa, di ciò che poesia è e ciò che poesia non è, fa della segmentazione la misura minima per comprendere se abbiamo davanti poesia (dal gr. póiēsis, deriv. da poieîn «fare, creare») o prosa (dal lat. prosa [oratio], «[discorso] in linea retta»).
Insomma, alla fine, il rischio è quello di “discorrere” di poesia senza “fare” poesia. Mi basta, e in abbondanza, la risposta data da Dylan Thomas durante un’intervista:

Quel che mi piace fare è trattare le parole come un artigiano fa col legno o con la pietra o con quel che si vuole, per spaccare, intagliare, modellare, avvolgere, lucidare e livellare queste entro modelli, sequenze, sculture, raffigurazioni di suono che esprimano un qualche impulso lirico, qualche dubbio o convinzione di tipo spirituale, qualche verità colta soltanto in parte che io debbo cercare di raggiungere comprendere.

La scrittura la sento e la vedo sempre come un viaggio: nella poesia, con la penna segnare un segmento di una linea che si spezza per procedere e che per andare avanti deve anche tornare indietro, sia per mettere punti, stanghette o avvolgere cerchi di lettere, sia per scendere poi di livello, nella riga sottostante, per ricominciare a dire nella sospensione di un vuoto bianco. Forse sarà questo a fare della scrittura un procedimento e uno strumento pericoloso (più di quanto possa esserlo la metrica), quello di costringere a camminare sul filo di una riga, potendo contare solo su quello che si è più che sulle proprie risorse.
Questa discesa è già un’altra misura, che da esteriore diventa interiore, perché scende nelle “persone tutte”, come una sonda o un bisturi che ritorna nei luoghi del passato per trovare il modo di leggere/curare i modi del presente, per sperare che quello che si sta facendo cambi magari in meglio anche il proprio futuro.

La verità è che non ho rivelazioni da fare. Ho passato la vita a leggere, ad analizzare, a scrivere (o a tentar di scrivere) e a gioirne. Ho scoperto che quest’ultimo punto è la cosa più importante. A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è di alcun aiuto (J.L. Borges)

Queste sono le parole di un cieco, di chi ancora gioiva nel vedere una pagina bianca.


Per approfondimenti e sprofondamenti:

Asor Rosa A. (ed.), Letteratura italiana, vol. 3: Le forme del testo, I. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984.
Beltrami P.G., La metrica italiana, Il Mulino, Bologna 1991.
Borges J.L., L’invenzione della poesia. Le lezioni americane, Mondadori, Milano 2001.
Dizionario di linguistica e di filologia, metrica retorica, dir. da G.L. Beccaria, n.e., Einaudi, Torino 2004
Dizionario di Retorica e Stilistica, Utet, Torino 2004.
Jung C.G., Tipi psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 2011.

20 marzo 2012

TRAME

Ho desiderato stringerti,
come si desidera avere
tra le braccia un respiro, diverso,
da sentire e tenere vicino,
dove posare una mano
a sentire anche il cuore, battere,
con la tua misura del tempo,
il movimento del sempre
che prende dai polsi
e afferra alla gola.

Ho tremato di te
ad averti vicina
dai tuoi occhi veloci
ho sentito prendere, tutto,
tutta la durata del giorno,
senza perdere il senso, di un pensiero,
che ti portava lontano.

Mi sono mancate, le parole,
anche se le avevo, da dire,
ma non lo stupore
che mi ha fatto
e mi fai ancora sentire, stupido,
in questa scrittura ripetuta
di numeri nascosti.

Ho desiderato stringerti
come tenere tra me e le braccia
le trame delle tue gambe
dove posare il mio ascolto,
sul tuo ventre per stare,
ad ascoltare i tuoi racconti
sciogliersi dai capelli
e nascondere il viso
che non ho bisogno
di vedere per riconoscere.

Torcigli

Il mare accosta
e cambia la gente
in discorsi di sabbia
e cambia le onde
che arano il fondo
e il rumore di sale
arrotola alghe
in torcigli d’elica.

14 marzo 2012

Condividere

Per quanto brevi le poesie e i pensieri privano lo spazio bianco del suo dominio, segnano un percorso di ricerca che dire personale è una negazione. La ricerca non condivisa è infatti destinata a non rimanere nelle mani di nessuno. Così dire è anche dare, e lasciare che qualcuno trovi le pagine necessarie. Le parole che affiorano dal bianco fino a davanti agli occhi sono parole utili, servono a capire come il processo della scrittura, anche se corroso dal tempo, si arrende alla carta. Ma l’operazione della lettura non espone meno del lavoro dell’autore. È l’autore ad aprire le pagine davanti al lettore, pagine diverse nell’estrazione di una raccolta che campiona sentimenti e sensazioni, per offrire non una visione definita delle cose, ma un respiro che coniuga amore, amicizia e altre emozioni in un quadro che solo per i più distratti appare come una notte, perché le pagine solo bianche possono abbagliare fino a far chiudere gli occhi.

Pensiero positivo

Lamentarsi non serve a cambiare le cose,
sopravvivere non basta per vivere,
andare avanti non è credibile,
tornare indietro non si può,
parlare sembra inutile,
essere positivi può creare un equivoco.

13 marzo 2012

Tanka - Don…

Senti lontana
La campana di vetro
Perché non suona
Ma se suonasse per te
Sarebbe un rintocco

12 marzo 2012

L'attenzione

«…le reste suit de lui-même»

Scrive Simone Weil ne L’ombra e la grazia (1947) che:

L’attenzione, al suo grado più elevato, è la medesima cosa della preghiera. Suppone la fede e l’amore. […] L’attenzione è legata al desiderio. Non alla volontà ma al desiderio. O, più esattamente, al consenso. […] Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me – questo basta, il resto vien da sé.

Non ho potuto fare a meno di ritornare a queste parole, trovandomi stretto nei miei pensieri da parole come combinazione, casualità, virtù, quasi ci fossero disegni non interpretabili che non ci appartengono nelle cause ma solo negli effetti.
Io non credo negli strumenti ma alle persone. Così incontrarsi è già un segno di attenzione che suscita una inaspettata sorpresa. Le parole di Simone Weil, quando la parola informatica e internet erano demoni non ancora concepibili, contenevano già la profezia di uno “schermo”:

Amare con la parte dell’anima che è situata dall’altra parte dello schermo perché la parte dell’anima che è percettibile alla coscienza non può amare il nulla.

Le profezie, nell’incertezza dei loro tempi ultimi, sono affermazioni imperative che reclamano come un grido “Nothing Else Matters”. Così Pasolini ne Il pianto della scavatrice non può che dire tutto con poco:

Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
    
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.

Così le parole seguono il loro destino, senza sapere se gli uomini e le donne li precedono o li seguiranno, se le distanze servono a separare o a unire. Domani non potrà che diventare un oggi, una strada sulla quale amare, conoscere, vivere il presente con l’attenzione di ciò che non era ieri ma potrebbe essere oggi e crescere sempre.

Disincanto

Il disincanto chiarifica le attese
Della vita che veste male tutto
Che fa l’autopsia delle incertezze
E porta uno sguardo di promesse
A quelle che sembrano nuvole
E che sono invece lettere cadute
Dagli specchi in frantumi di lividi
Mai stati così rigidi di pezzi riflessi
Nelle pareti delle case le famiglie
Perfette di fuori e dentro pazze
Sfortunate bruciano di quel male
Che sono e ne riconoscono l’esito

11 marzo 2012

Dov’è il tempo

Anche il tempo
Va dimenticando
Dov’è passato
Anche il giorno
Non conosce
Dov’è che deve
Fare ritorno
E quanta gente
Proprio non riesce
A sapere che è così
Che non c’è
Un nuovo dire
Che tempo è stato
Dove ora è niente.

10 marzo 2012

Che vuoi che sia

Che vuoi che sia
ricordarsi tutto
quello che è
parte lontana,
un’altra cosa
lasciata andare
o una persona
che ha detto:
“Per trattenermi
lasciami partire,
che vuoi che sia
basta ricordare”.

7 marzo 2012

Quanti giorni

Quanti giorni di oggi sembrano uguali
a quelli che già ieri conoscevi?
eppure non ti aspetti
che qualcosa o qualcuno si aspetti
che anche tu oggi sia diverso da te 
da come eri ieri.

4 marzo 2012

DISORDINI

Quando arriva
il cuore in disordine
alle spalle lo senti
il vento vuoto
e segni sulla pelle
colpi e subbugli
che portano via
discostando suoni
una mano cerca
strada tra le costole
divarica muscoli
e tra i nervi trova
discordi nel sangue
rumori sconsolati
di battiti fuorilegge.

2 marzo 2012

Considerazione #2

A volte vale la pena anche piangere,
perché il mare che nasce da noi non è meno grande.