Comincio con una citazione, è il modo che hanno i nani per salire sulle
spalle dei giganti:
La “proporzione matematica”
è la negazione
della “proporzione perfetta”
(W. Blake).
Nella poesia delle lingue romanze la metrica rappresenta una condizione
e uno strumento di misura di quantità accentuative e numeriche “dov’è la rima a
fare il verso”, l’altra, quella ritmica, di alternanze di sillabe brevi e
sillabe lunghe, è propria della poesia classica, greca e latina, con la latina “che
non prevede rime, se non l’occasionalità di omoteleuti a fine verso o in cesura
con effetti simili alla rima”.
Insomma, che si frammenti il discorso in strofe, versi, sillabe, rime, per
usare la metrica bisogna essere bravi a contare e soprattutto a far tornare i
conti.
Questo, alla fine, dovrebbe lasciare un senso di appagamento, per aver fatto
bene il proprio lavoro, perché i conti tornano.
Questo va bene, ma basta per accontentarsi?, e poi perché accontentarsi
nella poesia?, perché deve essere immagine di rispecchiamento della vita che
non ci soddisfa?
La dynamis
creatrice, la libido in forma d’istinto, s’impadronisce
dell’individuo come di un oggetto e lo adopera come strumento o espressione
[qui, corsivo mio]. Se è lecito considerare l’essere come un’“opera d’arte”,
allora l’uomo nello stato dionisiaco diventa davvero un’opera d’arte, fattasi a
sua volta naturale; non è affatto un’opera d’arte nel senso che si è soliti
attribuire a quest’espressione, esso non è altro che pura natura, sfrenato,
sotto ogni aspetto un vero torrente in tempesta, e non è nemmeno un animale che si mantenga nei suoi limiti naturali
[qui, corsivo mio] (C.G. Jung).
È vero che non si nasce pittori astratti, se non si è capaci anche nel
figurativo difficilmente si può diventare altro; e poi, chi dipinge, agli inizi “imita”
la natura, prima di inventare un’altra dimensione della realtà.
Di conseguenza, si potrebbe affermare che chi si affida al “verso
libero” e/o al “verso liberato” usa un espediente per non ammettere la propria
incapacità nell’uso scientifico della metrica.
Una lettura alternativa, di ciò
che poesia è e ciò che poesia non è,
fa della segmentazione la misura minima per comprendere se abbiamo davanti
poesia (dal gr. póiēsis, deriv. da poieîn «fare, creare») o prosa (dal lat.
prosa [oratio], «[discorso] in linea retta»).
Insomma, alla fine, il rischio è quello di “discorrere” di poesia senza
“fare” poesia. Mi basta, e in abbondanza, la risposta data da Dylan Thomas durante
un’intervista:
Quel che mi piace fare è
trattare le parole come un artigiano fa col legno o con la pietra o con quel che
si vuole, per spaccare, intagliare, modellare, avvolgere, lucidare e livellare
queste entro modelli, sequenze, sculture, raffigurazioni di suono che esprimano
un qualche impulso lirico, qualche dubbio o convinzione di tipo spirituale,
qualche verità colta soltanto in parte che io debbo cercare di raggiungere
comprendere.
La scrittura la sento e la vedo sempre come un viaggio: nella poesia, con
la penna segnare un segmento di una linea che si spezza per procedere e che per
andare avanti deve anche tornare indietro, sia per mettere punti, stanghette o
avvolgere cerchi di lettere, sia per scendere poi di livello, nella riga
sottostante, per ricominciare a dire nella sospensione di un vuoto bianco. Forse
sarà questo a fare della scrittura un procedimento e uno strumento pericoloso (più
di quanto possa esserlo la metrica), quello di costringere a camminare sul filo
di una riga, potendo contare solo su quello che si è più che sulle proprie
risorse.
Questa discesa è già un’altra misura, che da esteriore diventa interiore,
perché scende nelle “persone tutte”, come una sonda o un bisturi che ritorna
nei luoghi del passato per trovare il modo di leggere/curare i modi del
presente, per sperare che quello che si sta facendo cambi magari in meglio anche
il proprio futuro.
La verità è che non ho
rivelazioni da fare. Ho passato la vita a leggere, ad analizzare, a scrivere (o
a tentar di scrivere) e a gioirne. Ho scoperto che quest’ultimo punto è la cosa
più importante. A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una
conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina
bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è
di alcun aiuto (J.L. Borges)
Queste sono le parole di un cieco,
di chi ancora gioiva nel vedere una pagina bianca.
Per
approfondimenti e sprofondamenti:
Asor Rosa A. (ed.),
Letteratura italiana, vol. 3: Le forme del testo, I. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984.
Beltrami P.G., La
metrica italiana, Il Mulino, Bologna 1991.
Borges J.L., L’invenzione
della poesia. Le lezioni americane, Mondadori, Milano 2001.
Dizionario di linguistica e
di filologia, metrica retorica, dir. da G.L. Beccaria,
n.e., Einaudi, Torino 2004
Dizionario di Retorica e
Stilistica,
Utet, Torino 2004.
Jung C.G., Tipi
psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 2011.
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