If XXVI, 114-116

“a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza” (If XXVI, 114-116)

21 marzo 2012

“Quel che mi piace fare”. La gioia dei nani e degli equilibristi

Scritto per una cara amica

Comincio con una citazione, è il modo che hanno i nani per salire sulle spalle dei giganti:

La “proporzione matematica”
è la negazione
della “proporzione perfetta” (W. Blake).

Nella poesia delle lingue romanze la metrica rappresenta una condizione e uno strumento di misura di quantità accentuative e numeriche “dov’è la rima a fare il verso”, l’altra, quella ritmica, di alternanze di sillabe brevi e sillabe lunghe, è propria della poesia classica, greca e latina, con la latina “che non prevede rime, se non l’occasionalità di omoteleuti a fine verso o in cesura con effetti simili alla rima”.
Insomma, che si frammenti il discorso in strofe, versi, sillabe, rime, per usare la metrica bisogna essere bravi a contare e soprattutto a far tornare i conti.
Questo, alla fine, dovrebbe lasciare un senso di appagamento, per aver fatto bene il proprio lavoro, perché i conti tornano.
Questo va bene, ma basta per accontentarsi?, e poi perché accontentarsi nella poesia?, perché deve essere immagine di rispecchiamento della vita che non ci soddisfa?

La dynamis creatrice, la libido in forma d’istinto, s’impadronisce dell’individuo come di un oggetto e lo adopera come strumento o espressione [qui, corsivo mio]. Se è lecito considerare l’essere come un’“opera d’arte”, allora l’uomo nello stato dionisiaco diventa davvero un’opera d’arte, fattasi a sua volta naturale; non è affatto un’opera d’arte nel senso che si è soliti attribuire a quest’espressione, esso non è altro che pura natura, sfrenato, sotto ogni aspetto un vero torrente in tempesta, e non è nemmeno un animale che si mantenga nei suoi limiti naturali [qui, corsivo mio] (C.G. Jung).

È vero che non si nasce pittori astratti, se non si è capaci anche nel figurativo difficilmente si può diventare altro; e poi, chi dipinge, agli inizi “imita” la natura, prima di inventare un’altra dimensione della realtà.
Di conseguenza, si potrebbe affermare che chi si affida al “verso libero” e/o al “verso liberato” usa un espediente per non ammettere la propria incapacità nell’uso scientifico della metrica.
Una lettura alternativa, di ciò che poesia è e ciò che poesia non è, fa della segmentazione la misura minima per comprendere se abbiamo davanti poesia (dal gr. póiēsis, deriv. da poieîn «fare, creare») o prosa (dal lat. prosa [oratio], «[discorso] in linea retta»).
Insomma, alla fine, il rischio è quello di “discorrere” di poesia senza “fare” poesia. Mi basta, e in abbondanza, la risposta data da Dylan Thomas durante un’intervista:

Quel che mi piace fare è trattare le parole come un artigiano fa col legno o con la pietra o con quel che si vuole, per spaccare, intagliare, modellare, avvolgere, lucidare e livellare queste entro modelli, sequenze, sculture, raffigurazioni di suono che esprimano un qualche impulso lirico, qualche dubbio o convinzione di tipo spirituale, qualche verità colta soltanto in parte che io debbo cercare di raggiungere comprendere.

La scrittura la sento e la vedo sempre come un viaggio: nella poesia, con la penna segnare un segmento di una linea che si spezza per procedere e che per andare avanti deve anche tornare indietro, sia per mettere punti, stanghette o avvolgere cerchi di lettere, sia per scendere poi di livello, nella riga sottostante, per ricominciare a dire nella sospensione di un vuoto bianco. Forse sarà questo a fare della scrittura un procedimento e uno strumento pericoloso (più di quanto possa esserlo la metrica), quello di costringere a camminare sul filo di una riga, potendo contare solo su quello che si è più che sulle proprie risorse.
Questa discesa è già un’altra misura, che da esteriore diventa interiore, perché scende nelle “persone tutte”, come una sonda o un bisturi che ritorna nei luoghi del passato per trovare il modo di leggere/curare i modi del presente, per sperare che quello che si sta facendo cambi magari in meglio anche il proprio futuro.

La verità è che non ho rivelazioni da fare. Ho passato la vita a leggere, ad analizzare, a scrivere (o a tentar di scrivere) e a gioirne. Ho scoperto che quest’ultimo punto è la cosa più importante. A forza di leggere e rileggere poesia, sono arrivato a una conclusione definitiva sull’argomento. Ogni volta che affronto una pagina bianca, sento di dover riscoprire la letteratura da solo. Il passato non mi è di alcun aiuto (J.L. Borges)

Queste sono le parole di un cieco, di chi ancora gioiva nel vedere una pagina bianca.


Per approfondimenti e sprofondamenti:

Asor Rosa A. (ed.), Letteratura italiana, vol. 3: Le forme del testo, I. Teoria e poesia, Einaudi, Torino 1984.
Beltrami P.G., La metrica italiana, Il Mulino, Bologna 1991.
Borges J.L., L’invenzione della poesia. Le lezioni americane, Mondadori, Milano 2001.
Dizionario di linguistica e di filologia, metrica retorica, dir. da G.L. Beccaria, n.e., Einaudi, Torino 2004
Dizionario di Retorica e Stilistica, Utet, Torino 2004.
Jung C.G., Tipi psicologici, Bollati Boringhieri, Torino 2011.

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