If XXVI, 114-116

“a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza” (If XXVI, 114-116)

14 marzo 2012

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Per quanto brevi le poesie e i pensieri privano lo spazio bianco del suo dominio, segnano un percorso di ricerca che dire personale è una negazione. La ricerca non condivisa è infatti destinata a non rimanere nelle mani di nessuno. Così dire è anche dare, e lasciare che qualcuno trovi le pagine necessarie. Le parole che affiorano dal bianco fino a davanti agli occhi sono parole utili, servono a capire come il processo della scrittura, anche se corroso dal tempo, si arrende alla carta. Ma l’operazione della lettura non espone meno del lavoro dell’autore. È l’autore ad aprire le pagine davanti al lettore, pagine diverse nell’estrazione di una raccolta che campiona sentimenti e sensazioni, per offrire non una visione definita delle cose, ma un respiro che coniuga amore, amicizia e altre emozioni in un quadro che solo per i più distratti appare come una notte, perché le pagine solo bianche possono abbagliare fino a far chiudere gli occhi.

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