If XXVI, 114-116

“a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza” (If XXVI, 114-116)

29 febbraio 2012

La scuola del dolore

Conoscevo il sonno della città,
il silenzio delle palazzine
che dormivano in piedi;
cresceva dentro l’ultimo amore,
che non sapevo vicino al risveglio;
crescevo alla scuola del dolore,
fino a sentire le mani bruciare,
rose dal detersivo;
i riverberi delle luci accese
erano le stelle più vicine,
mentre altri punti si allontanavano
chiudendo il mio giorno con la notte.

Le senti parlare

Le senti parlare
Devono venire
Da voci distanti
Di echi non sai
Se siano stati
Ieri riverberi
Ecco ritornano
Come in un giro
E non importa
Se per ascoltare
Abbiano parlato

27 febbraio 2012

Nel volo

Nel volto muove
un volo non visto
degli occhi nei punti
lontani che fissi
dalle mani sembrano
al resto sospesi.

Considerazione #1

Mi considero uno scrittore di fantascienza, perché parlo prevalentemente d'amore.

26 febbraio 2012

I’ve been running ever since...


Di solo bianco (enjambements)

Uno schiaffo, di silenzio
Che pesa di sasso, le nocche
Nelle mani mute, al suono
Musive le trattiene, le dita
Richiuse nel pungere, strette
Le unghie infitte, nel palmo
Di solo bianco, le dissangua.

24 febbraio 2012

Alla morte

Alla morte
Che taglia luce
Dal buio
Ombre mutevoli
Paiono porte
E ancora ieri
Ma è già troppo tardi

Un corpo di vetro

Non le avrai
conservate le parole
come semi cattivi
se hanno visitato
un corpo di vetro
che non hai voluto
essere per loro
un posto di radici.

In costanti gètti
i semi sono caduti
dalle tue mani
ai solchi lucenti
come se gettare
un alito di respiro
contro lo specchio
fosse vero respirare.

La stanza d’acqua
ferma che sgretola
grani in zucchero
ritorna di lingua
nella bocca e dentro
non dissolve
ma scioglie parole
masticate in sangue.

22 febbraio 2012

La disperanza

Chi non ha più
nessuna speranza,
non smette di sperare
se spera per gli altri,
la sola disperanza
è sperare solo per sé.

20 febbraio 2012

Per chi

Si fa nelle mani
parte di un pianto,
a cercare nel profondo
la partenza, il canto
di prigioni volontarie,
lasciate nei palmi
chiudersi in pugni.

Sia così

Alla stessa ora, le sere
sembrano dei giorni così,
non so perché, non ricordo,
da quando sia così che è.

La sospensione della realtà e Hugo Cabret


Quando si vede un film, i sensi che vengono coinvolti sono quelli della vista e dell’udito. Gli occhi, ovviamente, sono i primi ad essere sollecitati, e questo accade attraverso le immagini delle scene che scorrono in sequenza sullo schermo; simultaneamente, l’ascolto dei dialoghi e l’accompagnamento di rumori, suoni e musica avvolgono lo spettatore e lo portano a vivere un’esperienza per la quale lo spettatore dimentica dove si trova ed “entra” psicologicamente nella storia raccontata dal film.
Questo fenomeno di sospensione della realtà è tanto più forte e sensibile quanto più il film ha la capacità di rappresentare e suscitare emozioni, come se lo spettatore stesso si identificasse con la storia che stanno vivendo gli attori.
L’ultimo film di Martin Scorsese, Hugo Cabret (Usa, 2011), racconta gli inizi dell’arte cinematografica attraverso le sperimentazioni di George Meliès, uno dei primi registi che sfruttarono con creatività e fantasia l’invenzione della pellicola in movimento.
Hugo Cabret è un bambino, figlio di un orologiaio; già orfano di madre, viene affidato ad uno zio quando anche il padre perde la vita in un incidente. Al bambino viene affidato dallo zio il compito della carica e della manutenzione degli orologi della stazione ferroviaria di Paris Montparnasse.
Hugo vive praticamente in clandestinità, si muove come un invisibile nei luoghi frequentati dai viaggiatori. Il suo scopo è quello di riparare un vecchio congegno meccanico che aveva recuperato suo padre da uno dei tanti luoghi dove si abbandonano le cose che non servono più. Questo scopo è anche una missione di vita, perché il congegno è un automa di forma umana in grado di poter scrivere. Hugo spera che una volta completata la riparazione, l’automa scriva un messaggio che gli avrebbe lasciato suo padre.
Fin qui l’avvio della storia, il seguito merita di essere lasciato in sospeso. Ma quello che non si può tacere è l’evidente aspettativa che viene riposta dal bambino nell’oggetto inanimato.
Non si può non leggere in questo anche una visione che vale ancora per i giorni di oggi, quando ci si affida a computer che sembrano saper fare tutto, o a sempre più evoluti telefoni cellulari che aiutano a comunicare virtualmente con le persone evitando però di farle incontrarle.
La sospensione della realtà può essere una scelta nel vedere un film, ma non deve rappresentare un modo di vivere che esclude le persone dalla realtà. Nessun mezzo tecnico può sostituire un abbraccio o una stretta di mano. Hugo Cabret aiuta a capire anche questo, è un film che guarda al passato ma il suo messaggio più che per il futuro resta un monito per il presente.

17 febbraio 2012

FORSE

Pensavo che ieri
fosse un luogo
che avevo lasciato;
forse è quello
al quale non
si può fare ritorno.

Foglio di lavoro del 15/02/2012


CONTRATTEMPO

Affilate e piatte lancette
mietono i numeri del tempo,
e questi non cadono che in cerchio;

ma la scomparsa ad eclisse
ha una sua durata,
di minuti pochi e di un’ora;

per un giorno di sempre luce
e un buio di quasi notte,
per quello che è il durante;

e prima e dopo
i numeri sono ad aspettare
e sperare il cuore non si fermi.

16 febbraio 2012

CONTATTO

Un bacio
Sul tuo sorriso
Un pensiero
Al contatto
Che labbra
Nel sapore
Di un nodo
Scioglie tutte
Le amarezze

14 febbraio 2012

13 febbraio 2012

TERRITORIO

Se ancora il mio territorio
è dove sento piegare le gambe
il mio incessante desiderio
è ritrovare l’abbagliante
sospensione delle tue labbra.

NEL VUOTO

Un battere d’aria
e tenere i piedi nel vuoto
a non voler colpire
le correnti che muovono
in sollevare filando
un turbamento di pelle
che ricorda speranze
riempite di tempo
e di minuti finiti
che raccontano di te
e che non ho più nulla.

12 febbraio 2012

A capo

Non mi fare parola,
sento già mie
le voci altrui,
recluse nei fiati
accorte risalgono, su
fino a denti e testa,
e questo silenzio
mi struscia la mano;
eppure, in smentite,
hanno il loro modo
di scendere, giù
per andare a capo.

IMPERFEZIONE

Sono imperfetto perché non so 
più dire che amo;
e che sono allora,
se è così che parlo
di quello che più non conosco.

Sono altre le cose che non so,
e sono molte
più di quante vedo
della mia imperfezione,
e quello che sono non riconosco.

Solo agli inizi sapevo tenere
la sabbia in una mano
e acqua nell’altra;
tutto mi sembrava vivere
e non sapevo che vivere era così.

11 febbraio 2012

LASCIA

Lascialo il dolore vivente
Lascia chi ti ha lasciato
Lascia che non ti veda più

Tu vedevi le sue spalle
Andare via senza di te
Il suo cuore vuoto
Il tuo che non può
Conoscere più il solo
Senso dell’abbandono
Che è tra le braccia
E l’unico che non lascia

Lascialo il dolore vivente
Lascia chi ti ha lasciato
Lascia che non ti veda più

7 febbraio 2012

OGNI GIORNO

Così ogni giorno mi toglie
un nuovo giorno mi ruba
un altro giorno che vivrò
senza di te
un giorno di meno
l’unica pietà che ricevo
se guardo ad ora come sono
e a quante poche parole
ancora credo.

Tutto è troppo poco
a stare anche poco con te
sono io a non capire più
nessuna domanda.

Camminare non è andare
così ogni giorno è un altro luogo
senza di te
io sono lì dove non sei tu
dove non sono più neanche io
e non so come chiamare
questi giorni
che non si chiamano vita
che chiamato te
in ogni modo inutile.

Il silenzio sarà
il mio dono d’amore più grande
il tuo è con me
ogni giorno.


Alle parole

Sui miei passi
E sulla schiena
Una luce di rame
Mi curva
Nello strazio
Di una scelta
Mi converte
Verso un ricordo
Da non lasciare
E cos’altro
Chiedere alle parole
O più ancora
Credere o guarire
O comprare
Una follia di senso
Che mi sfugge
Eppure niente
Mi comprende
Meno e meglio
Di chi rinasce
Se questo è possibile
Per essere
Ancora meno.

LABIRINTO

A che mi serve l’inferno
Se non ho più l’anima
E fuori sono solo un’isola

Dalla mia mano
Lascio cadere le forze
È l’inizio del sonno

Quando è quasi giorno
Il mio corpo
Ricomincia a parlare

Una voce che ascolta
Prima di sentire il peso
Del mio palmo tenue

Sulla tua vita mia
Mi sono perso
Seguendo una strada

E un filo sfilato rosso
Che aveva forma di cuore
Mi ha salvato nella caccia

Perché mi hai lasciato
Andare per ritrovare
Il ritorno verso di te

Stanco del viaggio
Ora divento un gomitolo
Nel tuo abbraccio

6 febbraio 2012

Cardini (α/ω)


Non mi avevano detto,
delle volte che avrei
chiuso il giorno,
come sbatte una porta;

due cardini, una chiave,
in tre punti serrata,
e una cornice intorno,
al centro la mia vita.

4 febbraio 2012

Ormai

Devi sapere chi sei,
delle cose che già sai
non tutte sono vere,
per nessuno, e ormai.

2 febbraio 2012

Eccetera (“di di di…”, per Rino Gaetano)

Da queste parole, tagliate
coi bordi del cucchiaio,
zittite nel guscio di ferro,
versate sul piano convesso
di un foglio vero, ascolta
che un eccetera resiste,
a tanti altri modi di dire.

1 febbraio 2012

CONVERSAZIONE

La mia conversazione  
non è mai terminata,
continuo a parlare con te;
mentre ti parlo sono io
solo a parlare, a credere
che le parole abbiano
la tua voce da trovare.
 
Intanto non odio, non amo
neanche la mia ragione,
non ne ho più bisogno
e non l’ho più voluta avere;
nessuno ti ha più trovata,
nella mia conversazione,
dove sei sola al tuo posto.

I COMMENSALI

A tavola eravamo seduti come dei commensali;
la tovaglia era bianca e tesa
come gli stessi tovaglioli,
messi a stola sulle ginocchia.

Le portate tintinnavano
di argenti vetri e posate,
ma la porcellana dei piatti
è rimasta dura vuota e fredda,
così i bicchieri colmi di luci.

Ubriacati da questo clamore
abbiamo creduto di saziare
anche il cuore; invece no,
non è andata così, siamo morti
di fame, e altri dopo di noi.