If XXVI, 114-116

“a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente, non vogliate negar l’esperienza” (If XXVI, 114-116)

23 aprile 2012

L’uomo perso (Un canto nella tempesta)

I castelli d’acqua della tempesta
li riconosci dalle rovine
quando ricadono i frangenti
che urlano in frantumi

i cancelli chiusi delle tue dita
li riconosci dalle lacrime
quando evaporano come niente
e neanche cadono sul tuo seno

i vestiti smessi della sera
li ha riposti dove capitano
quando riposano in petali
che ricordano che sei spogliata

i lasciti tesi dei muscoli
li senti vividi e stanchi
quando cedi ai sogni caldi
che scendono bianchi di cera

in catene di sale le brezze
legate dal mare in dune
ti somigliano pallide e nude
e risalgono paurose in correnti

i fondali scuri delle tue vite
si aprono a ferite di cielo
quando alle tempeste
sopravvive una barca di carta

i segni persi delle matite
riemergono impossibili a dire
dov’erano affiorate le schegge
e nessuna certezza di ritrovarti

i legni di una porta e le assi
di una nave che viaggia
attenuano appena l’uomo folle
perché perduto o perché egli ama.

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